Il futuro mi aspetta
Riassunto:
L’ultimo ricordo della sua prima vita è il pianerottolo. Tutto è cominciato lì, la sera del 16 aprile del 2013, quando rientrando in casa Lucia trova un uomo. Ha il volto coperto e, prima che lei possa scappare, le getta dell’acido sul viso. Le ustioni sono gravissime, ma anche in quel terribile momento Lucia ha la lucidità per capire due cose. Nulla sarà più come prima e il mandante di questa atroce aggressione lei lo conosce bene: è l’uomo che non ha mai accettato la fine della loro relazione. Per Lucia è l’inizio di un percorso fatto di dolore, cure e innumerevoli interventi chirurgici per poter tornare a una vita normale. Ma questa strada lenta e faticosa le donerà anche una seconda vita e una nuova consapevolezza.
A cura di: Centro MeTRa - Università di Bologna (Italy)

Commento:
“Attraverso la sua testimonianza come sopravvissuta alla violenza subìta dall’ex partner nel 2013 per il rifiuto della separazione, Lucia Annibali incoraggia ed esalta l’importanza dell’autodeterminazione femminile come risorsa personale, oltre alla rete solidale e salvifica della sorellanza. Una lettura che sprona la forza interiore delle giovani lettrici per poter superare i pregiudizi estetici e gli stereotipi di genere che sono alla base della società patriarcale, che confonde le responsabilità e scarica la colpa sulle donne vittime (vittimizzazione secondaria). La condivisione della sua storia personale, sentita come dovere civico per la prevenzione delle violenze sulle donne per mano maschile, è accompagnata dall’invito all’impegno collettivo e alla co-responsabilità sociale. La trasmissione della memoria individuale di Lucia, oltre al dovere morale di farlo per chi non è sopravvissuta, vuole aiutare altre giovani donne a riconoscere le microviolenze subìte dai partner maschi. Questo dialogo intergenerazionale contribuisce inoltre alla costruzione di una genealogia femminile. La sua narrazione in prima persona, talvolta autoironica, rifiuta la vittimizzazione secondaria della donna, non vuole fare pena né diffondere rabbia. Al contrario, tramite un linguaggio empatico e di vulnerabilità, intende suscitare dubbi su relazioni tossiche, far crescere la consapevolezza di sé, seminare amore per la vita, ed essere un esempio di riuscita personale, nonché del lavoro di autostima, di vitale importanza per riprendere le redini della propria vita dopo eventi traumatici. Disturbi post-traumatici, ripercussioni economico-professionali e sequele psicologiche sono altri temi affrontati dall’autrice per spiegare, durante incontri istituzionali, pubblici, nelle scuole, e nelle carceri durante dialoghi con autori di violenze, che le conseguenze di questi atti violenti non si limitano a danni fisici temporanei. Il libro cerca anche di sottolineare l’importanza e la difficoltà della gestione delle emozioni contraddittorie in contesti di estrema tensione e sofferenza. Evidenzia la priorità della salute mentale e il supporto che può essere trovato (o no) nel percorso psicologico di lavoro introspettivo per una rinascita personale, per una nuova vita. Poiché non ci si salva da solə, Annibali dimostra che la violenza contro le donne è un’ingiustizia per tutta la società, anche attraverso la sua esperienza politica. Un altro messaggio di resistenza al patriarcato è la liberazione dal racconto dell’amore romantico in cui l’uomo deve mostrarsi possessivo, geloso. L’amore, così come l’amicizia, dovrebbero essere relazioni terapeutiche di reciprocità, che sanano, arricchiscono e fanno crescere: non ti annullano come persona. Reiterando che l’abuso non è amore, la scrittrice illustra il Ciclo della violenza e le dinamiche messe in atto dal carnefice per indebolire la vittima e creare (anche) dipendenza emotiva. Questa lettura per adolescenti parte da una relazione tossica eterosessuale, ma ciò non esclude il riconoscimento di atteggiamenti simili all’interno di coppie LGBTQIA+.”